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Isonomía

Print version ISSN 1405-0218

Isonomía  n.62 México Apr. 2025  Epub Jan 26, 2026

https://doi.org/10.5347/isonomia.62/2025/831 

Artículos invitados

Il realismo morale di Bruno Celano

El realismo moral de Bruno Celano Bruno

Bruno Celano’s Moral Realism

Marco Brigaglia1 

1Università di Palermo


Sommario

A partire dagli anni 2000, Bruno Celano ha cominciato a tratteggiare una peculiare variante di realismo morale, denominato ‘realismo morale politeista’. Il realismo politeista è caratterizzato da (1) una tesi realista – il bene è un che di ‘oggettivo’; (2) una tesi pluralista – i valori morali o beni sono molteplici, largamente incommensurabili, e in conflitto fra loro; (3) una tesi particolarista – non è possibile predeterminare in anticipo la combinazione delle proprietà moralmente rilevanti, il ragionamento morale ha carattere irriducibilmente particolarista. In questo articolo, ricostruirò la genesi e i tratti fondamentali del realismo politeista, e la portata che la sua adesione ha avuto nello sviluppo del pensiero di Celano, cercando di sottrarlo ai facili fraintendimenti di cui è stato oggetto.

Parole Bruno Celano; realismo morale; particolarismo; ragionamento pratico; politeismo dei valori

Resumen

Desde la década de 2000, Bruno Celano ha empezado a esbozar una variante peculiar del realismo moral, denominada “realismo moral politeísta”. El realismo politeísta se caracteriza por (1) una tesis realista – el bien es algo ‘objetivo’; (2) una tesis pluralista – los valores o bienes morales son múltiples, en gran medida inconmensurables, y están en conflicto entre sí; (3) una tesis particularista – la combinación de propiedades moralmente relevantes no pue- de predeterminarse de antemano, el razonamiento moral tiene un carácter irreductiblemente particularista. En este artículo reconstruiré la génesis y los rasgos fundamentales del realismo politeísta, así como el alcance que su adhesión ha tenido en el desarrollo del pensamiento de Celano, intentando rescatarlo de los fáciles malentendidos a los que ha sido sometido.

Palabras clave Bruno Celano; realismo moral; particularismo; razonamiento práctico; politeísmo de los valores

Abstract

In the 2000s, Bruno Celano began to outline a peculiar variant of moral realism, which he called ‘polytheistic moral realism’. Polytheistic realism is characterized by (1) a realist thesis – there are ‘objective’ moral values; (2) a pluralist thesis – moral values or goods are mul- tiple, largely incommensurable, and in conflict with each other; (3) a particularist thesis – it is not possible to predetermine in advance the combination of morally relevant properties; moral reasoning has an irreducibly particularist character. In this article, I will reconstruct the genesis of polytheistic realism, its fundamental traits, and the role it played in the development of Celano’s thought.

Keywords Bruno Celano; moral realism; particularism; practical reasoning; polytheism of values

I. Premessa

Durante il convegno della Società Italiana di Filosofia del Diritto svoltosi a Palermo nel settembre 2022, nel suo intervento in ricordo di Bruno Celano, Riccardo Guastini ha sollevato una critica, affettuosa ma severa, contro due ‘derive’ subite, nel corso degli anni, dal pensiero di Bruno. La prima deriva sarebbe costituita dall’abbandono di posizioni non-cognitiviste in etica e lo slittamento verso una forma di realismo morale, il ‘realismo morale politeista’. La seconda deriva sarebbe costituita dalla ‘psico-deontica’, un termine coniato da Celano per indicare una specifica declinazione del programma di naturalizzazione della jurisprudence, caratterizzata dall’adozione di tesi di stampo psicologistico riguardo al ragionamento pratico in genere e al ragionamento guidato da regole in particolare (Celano 2017a e 2017b).

Le critiche di Guastini puntano il dito su evoluzioni del pensiero di Celano la cui portata e senso possono essere facilmente fraintesi, e sono stati spesso fraintesi. Salvo un breve cenno finale, mi concentrerò esclusivamente sulla prima ‘deriva’, per una ragione personale. Ho condiviso con Celano l’approccio psicodeontico, e parlandone finirei per parlare di me più che di lui. Le sue idee sul realismo morale, invece, mi sono estranee, e mi offrono una splendida occasione per fare quello che desidero di più, a tre anni dalla sua scomparsa: annullarmi nel pensiero di Bruno, mettermi completamente a suo servizio.

Il ‘realismo morale politeista’ è apparso per la prima volta in una splendida discussione con José Juan Moreso svoltasi nel 2002, e pubblicata l’anno successivo (Celano 2003a). È qui, nelle sue critiche a Moreso, che Celano introduce la struttura essenziale della sua posizione, in termini che rimarranno sostanzialmente inalterati nei lavori successivi. Il realismo morale politeista, dice Celano (2003a: 80), è la combinazione di tre tesi: (1) una tesi realista: “vi sono fatti morali, che rendono veri o falsi i nostri giudizi morali; il bene è un che di oggettivo”; (2) una tesi pluralista: “esiste una pluralità irriducibile di valori morali, o di beni (il bene è molteplice), o di ragioni d’azione, largamente incommensurabili, e in conflitto”; (3) una tesi particolarista: non è possibile predeterminare in anticipo la combinazione delle proprietà moralmente rilevanti, il giudizio morale ha carattere irriducibilmente particolarista (v. anche Celano 2006: 133).

Il realismo morale politeista verrà in seguito ripreso in Giusnaturalismo, positivismo giuridico e pluralismo etico (Celano 2005a), per esplorarne le implicazioni riguardo al rapporto tra diritto e morale. Verrà infine integrato con un peculiare modello delle ragioni d’azione in Pluralismo etico, particolarismo e caratterizzazioni di desiderabilità: il modello triadico (Celano 2006). È in questi tre articoli che Celano elabora la sua posizione, che riprenderà poi nelle repliche ai suoi critici (il secondo volume di Discutendo con Celano, Celano 2020), confermandola quasi in tutto (salvo una significativa torsione verso la naturalizzazione della normatività).

Qual è il ruolo giocato dal realismo morale politeista nell’evoluzione delle idee di Celano? Si tratta effettivamente di un passaggio che possa essere descritto come ‘deriva’, o più caritatevolmente come ‘conversione’ (Maniaci 2020), dal non-cognitivismo al realismo morale?

Dalla qualificazione dello sviluppo delle sue idee in termini di una ‘conversione’ al realismo morale Celano ha espressamente preso le distanze (Celano 2020: 177 e 237). Non è stata la mossa di comodo di chi lancia il sasso e nasconde la mano. Parlare di ‘conversione’ o di ‘deriva’ (la aperta valutatività del secondo termine non fa molta differenza) produce un grave effetto distorsivo, che impedisce di mettere a fuoco correttamente la portata e il senso del realismo morale politeista. Impedisce di capire quanto e sotto quali aspetti il realismo morale politeista abbia comportato una modifica negli atteggiamenti di Celano riguardo alle questioni metaetiche, e quale fossero lo scopo – e le passioni – che lo hanno indotto a delineare questa peculiare concezione.

II. Realismo morale politeista: un espediente notazionale

1. Ciò che va anzitutto sottolineato è il basso grado di elaborazione teorica della componente specificamente realista del realismo morale politeista – la prima delle tre tesi in cui questa concezione si articola. In Celano 2003a, la tesi realista è caratterizzata attraverso una serie di asserti: vi sono fatti morali; i nostri giudizi vertono su fatti morali;1 i nostri giudizi sono resi veri o falsi, corretti o scorretti, da fatti morali; la correttezza o scorrettezza, verità o falsità, dei nostri giudizi (più genericamente: il bene) è un che di oggettivo; i valori sono indipendenti dalla mente umana, fanno parte dell’arredo del mondo. Questi asserti non sono altro che le abituali formule di stile con le quali una voce enciclopedica introdurrebbe il realismo morale. Si tratta di formule molto approssimative e indeterminate, che possono essere specificate (e sono state specificate) in modi molti diversi. E si tratta, inoltre, di formule che non vanno necessariamente insieme, che si possono almeno in parte dissociare. Fino ad un certo punto, il dibattito metaetico poteva forse (e soltanto forse) essere catturato dall’opposizione tra chi sottoscriveva insieme tutti gli asserti indicati da Celano (paradigmaticamente, il realismo non-naturalista á la Moore) e tra chi invece li negava tutti (paradigmaticamente, l’emotivismo á la Ayer). Ma il dibattito metaetico più recente è popolato da una miriade di figure ibride, che spezzano e ricompongono nei modi più vari la compattezza di quei paradigmi. Celano di tutto questo era perfettamente consapevole. La sua conoscenza del dibattito metaetico della seconda metà del novecento era dettagliatissima (v. Celano 1994), e, almeno fino agli anni in cui ha introdotto il realismo politeista, si manteneva aggiornato sugli sviluppi più recenti (v. Celano 2000). Nonostante ciò, per caratterizzare la tesi realista si è limitato ad elencare una serie di formule di stile.

Una elaborazione maggiore della tesi realista manca anche nei lavori successivi dedicati al tema. In Pluralismo etico, particolarismo e caratterizzazioni di desiderabilità: il modello triadico (Celano 2006), in particolare, egli dichiara di voler sviluppare in modo più dettagliato il realismo politeista, e lo fa proponendo un modo originale di intendere la relazione tra valori e ragioni d’azione, e tracciando, alla luce delle tesi pluralista e particolarista, un modello della struttura del ragionamento pratico. Nulla, invece, viene aggiunto riguardo a come vada intesa la tesi realista. Come se la questione non lo interessasse.

2. Alla mancata specificazione della tesi realista si accompagna il basso livello di committment di Celano nei confronti del realismo politeista. Nei tre saggi in cui introduce e tratteggia questa posizione, Celano, piuttosto che sbilanciarsi verso la sua esplicita accettazione e difesa, precisa di volersi limitare a mostrarne la possibilità concettuale e alcune implicazioni rilevanti. Così, nella discussione con Moreso, egli non difende né esplicitamente abbraccia il realismo politeista, ma dice di “voler indulgere alla tentazione di tratteggiarne i lineamenti” (Celano 2003a: 80). Questo atteggiamento è mantenuto in Giusnaturalismo, positivismo giuridico e pluralismo etico, dove specifica che il suo intento è tracciare le linee essenziali di una posizione teorica che include il realismo morale politeista, mostrare la possibilità di costruirla, piuttosto che difenderla o rivendicarla (Celano 2005a: 161). In Pluralismo etico, particolarismo e caratterizzazioni di desiderabilità, che pure è il saggio che arriva più vicino alla accettazione del realismo politeista, egli precisa di non volerlo difendere da possibili attacchi, ma di volersi limitare a “dare un’idea di come questa posizione potrebbe funzionare” (Celano 2006: 133).

Il basso livello di committment sembra riguardare molto più la prima tesi, quella realista, che le altre due, quella pluralista e quella particolarista, che sono state rielaborate ed esplicitamente adottate e difese in moltissimi lavori. (In Celano 2006 – che, come dicevo, è il saggio che più si avvicina ad un esplicito endorsement del realismo politeista – della tesi realista non si discute quasi per niente: l’oggetto principale del saggio è la compatibilità delle tesi pluralista e particolarista con il ragionamento pratico, attraverso uno specifico modello di analisi della nozione di ragioni d’azione.)

Questo basso grado di committment verso il realismo morale si accompagna, in modo perfettamente simmetrico, al basso grado di committment che, appena pochi anni prima, Celano aveva mostrato nei confronti del non-cognitivismo. In Validity as Disquotation (Celano 2000), egli propone una interpretazione della nozione kelseniana di validità in termini di ‘de-citazione’, offrendola come strumento utile, se non necessario, nel quadro di una concezione nocognitivista. Ma precisa esplicitamente di non voler con ciò imbarcarsi in una difesa del non-cognitivismo2.

3. L’assenza di interesse verso una migliore specificazione della tesi realista e lo scarso commitmentverso di essa sono il risultato di una scelta deliberata. Quello che a Celano premeva di più, per sua esplicita dichiarazione, non era costruire nel modo migliore possibile il suo realismo morale e inserirlo nel dibattito metaetico, quanto piuttosto mostrare come la differenza tra, da un lato, realismo morale, se declinato in senso politeista, e, d’altro lato, le forme di non-cognitivismo più sofisticate (e, in quegli anni, più recenti), fosse poco rilevante, addirittura insignificante, sotto uno specifico profilo: riguardo al riconoscimento del ruolo della razionalità in etica, della sensatezza del ricorso al ragionamento pratico – a una specifica forma di ragionamento pratico – per l’indagine etica sostanziale. L’intento principale di Celano era mostrare l’irrilevanza, sotto questo profilo ‘logico-dialettico’, del dibattito metaetico. Quando lo sviluppo del dibattito metaetico conduce alla contrapposizione tra, da un lato, una forma di non-cognitivismo sofisticata, capace di dar spazio al ruolo della deliberazione razionale in etica, e, d’altro lato, una forma di realismo pluralista e particolarista, e perciò porosa, caratterizzata da ampi margini di indeterminatezza, allora la metaetica cessa di avere rilevanza sotto il profilo logico-dialettico (Celano 2003a: 81). E, nella misura in cui diventa irrilevante sotto questo profilo, sembrerebbe, il dibattito metaetico smette di essere interessante per Celano3. La distinzione tra realismo politeista ed espressivismo si riduce – rispetto alla questione della razionalità in etica – ad una differenza meramente notazionale (Celano 2003a, ribadito con enfasi in Celano 2020): due modi diversi di rappresentare la stessa cosa, come ‘bicchiere mezzo pieno’ o ‘ bicchiere mezzo vuoto’. Per il resto, aggiunge Celano, la scelta fra realismo politeista ed espressivismo, sembra essere indecidibile– non abbiamo argomenti che spostino in modo decisivo l’ago della bilancia verso l’una o l’altra posizione. La stessa posizione è ribadita ancora in Celano 2003b.

4. Dovrebbe già essere chiaro come – ammesso e non concesso che il punto di partenza di Celano fosse un convinto endorsement di posizioni non-cognitiviste – l’evoluzione del suo pensiero non possa comunque essere qualificata, senza pesanti distorsioni, semplicemente come una ‘deriva’ o ‘conversione’ al realismo morale. La sua preoccupazione principale era, piuttosto, ridimensionare il problema. Dal punto di vista della questione della razionalità in etica e del ricorso al ragionamento pratico in etica sostanziale – una specifica forma di ragionamento pratico –, non ha alcun rilievo se, sul piano metaetico, si accetti il non-cognitivismo o il realismo, purché si tratti di un realismo pluralista e particolarista: il realismo politeista. Per il resto, la questione su quale delle due posizioni sia preferibile è razionalmente indecidibile.

È solo alla luce di queste qualificazioni che ha senso il modo in cui Celano introduceva il realismo politeista: non come alternativa all’espressivismo, ma come una possibile metaetica ecumenica, una metaetica che potrebbe essere abbracciata anche da un non-cognitivista “emotivista (espressivista, prescrittivista, proiettivista)” (Celano 2003a: 80).

In altri termini: il realismo politeista di Celano non va inteso come un passaggio da non-cognitivismo a realismo, ma come una riformulazione del realismo contro la quale dovrebbe spegnersi l’ardore polemico del non-cognitivista – o meglio, parte del suo ardore polemico.

Questo è davvero il punto cruciale, espresso chiaramente nei tre lavori degli anni 2000, e ribadito con decisione nelle repliche ai suoi critici (Celano 2020: Cap. V).

5. Il punto è sottile, ed è opportuno insistere scendendo un po’ più nel dettaglio.

Semplificando drasticamente, il dibattito metaetico ruota intorno a quattro questioni principali:

  • (i) Una questione metafisico-ontologica, relativa alla natura del fenomeno della morale (o, più in generale, della normatività pratica). La domanda centrale qui è se la morale (o, più in generale, la normatività pratica o addirittura la normatività tout court) sia un fenomeno naturalizzabile, interamente spiegabile in termini di dinamiche causali interne all’organismo e di interazione tra organismo e ambiente (naturali dinamiche ‘psicologiche’), o se si tratti invece di un fenomeno non interamente naturalizzabile.

  • (ii) Una questione psicologica, relativa a che tipo di stati mentali siano i giudizi morali (o, più in generale, i giudizi pratici, o addirittura i giudizi normativi tout court). Il modo tradizionale di porre questa domanda è basato sulla contrapposizione tra stati del tipo dei desideri (emozioni, volizioni, intenzioni, accettazione di regole o imperativi, ecc.) o stati del tipo delle credenze, o, come Celano diceva in Dialettica della giustificazione pratica, “constatazioni di fatto”.

  • (iii) Una questione semantica e metasemantica, relativa al significato dei termini etici o più genericamente normativi e alla funzione degli asserti normativi. Qui la contrapposizione tipica è fra, da un lato, concezioni che interpretano le asserzioni normative come ‘constatazioni di fatto’, che hanno la funzione di, o ‘mirano a’, rappresentare fatti (o, se si preferisce, che hanno la funzione di esprimere credenze nell’esistenza di fatti) e, d’altro lato, ‘espressioni di attitudini’, che hanno la funzione di, o ‘mirano a’, esprimere atteggiamenti di carattere conativo o emotivo.

  • (iv) Una questione latamente ‘logica’, relativa alla possibilità, e alla struttura, del ragionamento pratico, se e come sia possibile ragionare, e discutere intersoggettivamente in modo razionale, su come agire. Affinché vi sia spazio per una qualche forma di razionalità in etica, si deve poter distinguere tra giudizi e inferenze corrette e scorrette, si devono poter trarre implicazioni da giudizi mettendo in luce coerenze e incoerenze, si deve poter far leva su correttezza, errori, implicazioni, coerenze, incoerenze per confermare o trasformare i propri giudizi, approvare o criticare i giudizi altrui e tentare di trasformarli, rispondere alle critiche altrui, e via dicendo. La questione logica ha riflessi diretti sull’etica sostanziale. Riconoscere che vi è uno spazio di razionalità in etica significa, infatti, riconoscere la sensatezza del ricorso ad un modo specifico di risolvere le questioni etiche: attraverso il ragionamento pratico, che implica la sottomissione dei propri atteggiamenti contingenti a vincoli di correttezza fra cui, soprattutto, vincoli di coerenza. Le attitudini etiche sono cioè sottratte, in una qualche misura, alla loro fluttuazione contingente, ed inserite in una costruzione razionale che pone limiti alla loro accettabilità – limiti almeno in senso minimale ‘oggettivi’, perché proiettati come standard generali e indipendenti dall’accettazione contingente, e perché intersoggettivamente accessibili. Per sottolineare questa specifica ricaduta della questione logica sull’etica sostanziale, parlerò di ‘questione logico-dialettica’.

Al momento dell’introduzione del realismo politeista, la questione centrale per Celano era la questione logico-dialettica. Solo rispetto a questa questione il realismo politeista costituiva, per Celano, un possibile spazio di convergenza metaetica, nel quale anche un non-cognitivista avrebbe potuto trovare ciò che cercava.

Una delle principali debolezze dell’emotivismo classico era infatti la difficoltà di dar conto della possibilità del ragionamento pratico, dell’appartenenza della morale (e più in generale della normatività pratica) allo ‘spazio delle ragioni’. Forme più avvedute (o ‘moderate’, Celano 2003a: 80) di non-cognitivismo hanno però superato questa difficoltà. Celano pensa qui certamente al proiettivismo di Blackburn e al ‘norm-expressivi- sm’ di Gibbard, probabilmente anche al prescrittivismo di Hare. Anche in una prospetativa non-cognitivista, viene ricavato uno spazio per l’uso della nozione di verità in etica, per un controllo di correttezza dei giudizi, e per una qualche forma di ‘oggettività’. Tutto questo, Celano ritiene, apre la strada per una inattesa convergenza tra non-cognitivismo e realismo politeista riguardo alla ‘logica’, alla struttura profonda, del ragionamento pratico. Di fronte a questa convergenza, le risposte diverse che non-cognitivisti e realisti darebbero alle questioni metafisico-ontologica, psicologica e semantica non spariscono, ma perdono di importanza.

6. In cosa consiste la possibile convergenza, l’intersezione ecumenica, tra non-cogniti- vismo e realismo politeista?

Celano (2003a: 80) distingue fra versioni estreme e moderate di non-cognitivismo e realismo politeista. Quelle che davvero lo interessano sono le versioni moderate, ma soffermarsi anche sulle versioni estreme aiuta a cogliere aspetti sottili delle sue posizioni e a meglio collocare il realismo politeista nello sviluppo complessivo del suo pensiero.

Anche tra versioni estreme del non-cognitivismo e del realismo politeista, dice Celano, vi è uno spazio di convergenza: “ciò che un emotivista scettico, o relativista, estremo si aspetta dalla propria metaetica, è garantito anche da una versione altrettanto estrema di realismo morale politeista, e viceversa”. Come varianti ‘estreme’ del non-cognitivismo, Celano sembra avere in mente, soprattutto, le posizioni secondo cui, in etica, non vi è alcuno spazio per criteri ancorché formali e minimi di controllabilità razionale dei giudizi, si tratti anche solo di minimi vincoli di coerenza. Sono, in altri termini, le posizioni per le quali ‘la logica non si applica alle norme’ (l’accettazione di una norma generale N non compromette ad accettare, in un caso coperto da N, la soluzione da essa dettata; l’accettazione di una soluzione per un caso con certe proprietà ritenute rilevanti non compromette ad estendere, ceteris paribus, la stessa soluzione a tutti i casi con le stesse proprietà rilevanti; e così via). Nel non-cognitivismo estremo rientrano così alcune forme estreme di emotivismo, e rientra probabilmente anche il normativismo del secondo Kelsen, alla cui critica Celano aveva dedicato il suo primo libro (Celano 1990).

Le varianti ‘estreme’ del realismo politeista sono contraddistinte dall’idea che le combinazioni delle proprietà morali rilevanti dei casi concreti siano così variabili, imprevedibili e complesse da rendere impossibile catturarle, sia pur in modo approssimativo e defettibile, in una rete di principi generali. Il risultato, anche qui, è la sottrazione dell’etica al dominio della razionalità.

Ciò che, invece, divide il non-cognitivista estremo dal realista politeista estremo è la spiegazione del perché la razionalità non possa applicarsi all’etica. Per il non-cognitivista, la spiegazione è che il giudizio è la mera espressione (o, nel caso di Kelsen, è il contenuto di senso) di attitudini soggettive contingenti. Per il realista politeista estremo, invece, la spiegazione è, tipicamente, che il giudizio è l’apprensione diretta, intuitiva, non inferenziale, della combinazione di proprietà morali rilevanti del caso concreto, e questa combinazione di proprietà è così variabile, imprevedibile e complessa da non poter essere catturata in una rete di principi generali, da usare come guida per trarre, in via inferenziale, soluzioni minimamente attendibili per i casi futuri4.

Si noti che le diverse spiegazioni offerte dal non-cognitivista e dal realista vertono sulla questione metafisico-ontologica e la questione psicologica. Riguardo a queste questioni, le divergenze tra le varianti estreme di non-cognitivismo e realismo politeista restano, finora, intatte. È solo sulla questione logico-dialettica che si crea uno spazio di convergenza ecumenica.

7. Veniamo adesso al punto principale, la convergenza tra le versioni moderate del non-cognitivismo e del realismo politeista: “Un emotivista (prescrittivista, espressivista, proiettivista) moderato, che sia in grado di ricavare un margine limitato di controllabilità, o correttezza, o oggettività, per giudizi e argomenti morali, potrà ottenere le stesse assicurazioni da una forma di realismo politeista, e viceversa”.

Abbiamo già visto quali sono le posizioni raccolte sotto il nome di non-cognitivismo ‘moderato’: l’espressivismo di Blackburn e Gibbard, il prescrittivismo di Hare, e più in generale tutte le forme di non-cognitivismo che, qualsiasi sia l’espediente utilizzato, ritengono che vi sia spazio per la razionalità in etica. C’è un modello di ragionamento pratico, propone Celano, sul quale sia il non-cognitivista moderato che il realista po- liteista possono convergere: un modello conflittualista, particolarista e coerentista. È questo il punto cruciale.

Secondo il modello conflittualista, particolarista e coerentista del ragionamento pratico proposto da Celano, i giudizi morali – qualsiasi sia la loro natura e struttura psicologica –non si danno in un ordine armonico, ma nella forma di principi largamente indeterminati e confliggenti, e di intuizioni particolaristiche in tensione fra loro e con i principi. Muoversi nello spazio delle ragioni pratiche – ragionare e argomentare su come agire – significa cercare, in foro interno o in foro externo, di ottenere un equilibrio riflessivo nei propri giudizi, di armonizzarli quanto più possibile, di renderli quanto più possibile coerenti. Data la pluralità dei valori che riconosciamo, la indefinita variabilità delle combinazioni di proprietà rilevanti alla luce di quei valori, e l’assenza di un ordine di priorità fisso fra di esse, l’equilibrio raggiunto sarà sempre provvisorio, rivedibile, e avrà sempre margini di fallimento, di conflitto tragico.

Il non-cognitivismo moderato, afferma Celano, può convergere su questo modello del ragionamento pratico5. Lo stesso può dirsi di una versione moderata del realismo politeista. Abbiamo già visto cosa caratterizzi una forma di realismo morale come politeista: l’ammissione che i valori ‘oggettivi’ sono plurali, conflittuali, largamente indeterminati, e si comportano in modo particolaristico – non è possibile catturare le loro combinazioni nei casi concreti (la distribuzione delle proprietà moralmente rilevanti) in un equilibrio definito ex ante da un insieme coerente di principi indefettibili (non vi è una ‘tesi di rilevanza ultima’, Celano 2002) e in perfetta armonia. Le versioni moderate del realismo politeista sono quelle che abbracciano una forma moderata di particolarismo, che assegni a vincoli di coerenza, principi generali, e proiettabilità delle soluzioni a casi simili un ruolo significativo, ancorché limitato dall’assenza di una ‘tesi di rilevanza ultima’.

Questo è uno snodo cruciale del pensiero di Celano. Il modello di ragionamento pratico che lui stesso comincia a delineare in quegli anni, e a cui rimarrà fedele fino alla fine, raffinandolo progressivamente (v. soprattutto Celano 2002; Celano 2005b; Celano 2006; Celano 2012; Celano 2020: cap. IV) fino al suo ultimo scritto (Celano 2023), è esplicitamente proposto come una forma di particolarismo moderato (Ce- lano 2006). I principi generali dettano soluzioni per certe combinazioni di proprietà rilevanti. Queste soluzioni si proiettano su casi con le stesse proprietà, ma in modo defettibile, ceteris paribus – potrebbero esservi altre proprietà rilevanti che impongo- no di adottare una soluzione diversa. A fronte di combinazioni di proprietà rilevanti parzialmente nuove, i principi verranno arricchiti di nuove specificazioni che prevedo- no soluzioni generali per casi con quelle combinazioni di proprietà. Ma, non essendo disponibile un catalogo chiuso delle combinazioni di proprietà rilevanti (una tesi di rilevanza ultima), questa specificazione non sarà mai definitiva. Continuerà sempre a valere ceteris paribus. Il ragionamento pratico è, al tempo stesso: particolarista; sensibile ad esigenze di generalizzazione; informato a criteri di razionalità coerentista.

8. Va menzionato, infine, un altro aspetto del pensiero di Celano, strettamente connesso a quanto appena discusso. Sin da Dialettica della giustificazione pratica (Celano 1994), Celano era stato fortemente attratto dalla “strada aperta dall’abbandono della distinzione analitico-sintetico, e dalla teoria della comprensione basata sull’esperimento della traduzione, o interpretazione, radicale” (Celano 2020: 246). In questa ‘strada’, vi sono due idee che contribuiscono ad orientarlo verso la svalutazione della differenza tra realismo e antirealismo in etica. La prima è l’idea dell’olismo della mente: il contenuto e l’esistenza di ciascuno stato mentale dipende dalla sua posizione in una rete di altri stati mentali. Se questa idea è presa sul serio, ritiene Celano, la differenza tra realismo e antirealismo si ridimensiona: i nostri giudizi morali sono sempre funzione dell’insieme dei nostri atteggiamenti sia cognitivi che conativi, dell’insieme delle nostre credenze e dei nostri desideri e valori. La seconda è l’idea che la comprensione reciproca non possa avvenire se non presupponendo uno sfondo di credenze e valori condivisi. Se prendiamo sul serio questa idea, ritiene Celano, e se ammettiamo che la comprensione reciproca sia possibile, dobbiamo concludere per l’esistenza, alle spalle dei disaccordi pratici, di uno sfondo di valori condiviso.

Il non-cognitivismo tendeva a far leva su disaccordi radicali, sulla dipendenza dei nostri giudizi, in ultima analisi, da contingenti e potenzialmente divergenti scelte soggettive. Concedere l’esistenza di uno sfondo di valori condiviso presupposto da qualsiasi disaccordo sembra segnare un passo decisivo verso il realismo. Ma che succede se lo sfondo di valori è inteso in senso pluralista e particolarista? Come fatto da valori indeterminati e conflittuali, la cui rilevanza nei casi particolari non può essere catturata da principi generali se non ceteris paribus, e che generano ampi margini per disaccordi ragionevoli (i valori non dettano una risposta univoca) e per situazioni razionalmente indecidibili (qualsiasi cosa si faccia, è oggettivamente sbagliata, eppure è oggettivamen-te richiesta)? Se il realismo morale è inteso in questo modo, il non-cognitivista potrà trovarvi tutto quello che cercava in tema di disaccordi (o se non proprio tutto, quanto meno le cose più importanti). Potrà infatti ancora sostenere che, in un larghissimo spettro di casi, asserire la verità o correttezza di una certa teoria normativa, di una certa determinazione dei valori in conflitto, non è altro che ribadire la propria, contingente preferenza verso quella teoria normativa (nessuno, riguardo a quella determinazione, ha oggettivamente ragione), senza doversi per questo impegnare nel sostenere, mettendo a rischio la ‘adeguatezza fenomenologica’ della sua teoria, che essa non sia fondata su valori oggettivi.

Si noti che quale sia il senso di ‘oggettivo’, qui, non è del tutto esplicito, e Celano fa di tutto per evitare di precisarlo. La vaghezza della sua caratterizzazione del realismo è strategica, serve ad evitare di prendere posizione. Il senso di ‘oggettivo’ che davvero gli interessa, davvero minimo, è più o meno: ‘ciò che dobbiamo condividere affinché possa esservi discussione razionale, basata sulla reciproca intelligibilità’. Impegnarsi in una maggiore specificazione del suo realismo chiarendo se, e fino a che punto, ‘oggettivo’ significhi anche qualcosa di più (come, ad esempio, una radicale indipendenza dalla mente) avrebbe comportato di distogliere l’attenzione dall’unico aspetto che davvero gli premeva, quello logico-dialettico, relativo allo spazio e alla forma della razionalità in etica.

9. Facciamo il punto. Il realismo politeista, si ricorderà, era composto da tre tesi: reali- smo riguardo ai valori; pluralismo e conflittualità dei valori; particolarismo. Ma sono la seconda e la terza tesi a giocare il ruolo principale. La prima tesi, quella realista, gioca un ruolo secondario. Quello che Celano vuole rimarcare è che, se si accettano pluralismo dei valori e particolarismo, non ha più tanta importanza, almeno rispetto alla questione logico-dialettica, adottare una concezione non-cognitivista o realista. Non ha più tanta importanza se i valori siano intesi come mera espressione di pro-attitudini o come fatti – naturali o meno – possibile oggetto di apprensione cognitiva. Non-cognitivismo e realismo politeista diventano, almeno rispetto alla questione logico-dialettica, due meri espedienti notazionali, due modi diversi di indicare posizioni altrimenti indistingui- bili. In entrambi i casi, infatti, vi sarà spazio per uno spettro larghissimo di concezioni etiche che determinano diversamente lo sfondo di valori comuni. Queste concezioni saranno tutte sensatamente soggette a vincoli dinamici di razionalità, e di tutte si potrà sensatamente rivendicare la correttezza, ma di nessuna di esse si potrà rivendicare una ‘oggettiva’ superiorità (per il politeista, sono tutte determinazioni ammissibili dello sfondo di valori comuni; per il non-cognitivista, sono tutte strutturazioni razionali di attitudini soggettive), e tutte saranno soggette a continue trasformazioni sulla base di fatti contingenti (per il realista politeista, sulla base delle diverse combinazioni di proprietà moralmente rilevanti incontrate dalla comunità di valutatori; per il non-cognitivista, anche sulla base di un ‘change in attitude’).

III. Realismo morale politeista: un cavallo di Troia

1. Dovrebbe essere adesso chiaro perché rappresentare l’evoluzione delle posizioni di Celano nei termini di una ‘deriva’ o di una ‘conversione’ al realismo morale abbia pesanti effetti distorsivi: offusca il senso e la portata dell’introduzione del realismo politeista, che mirava a far valere l’equivalenza tra realismo e non-cognitivismo, piuttosto che la preferenza dell’uno rispetto all’altro.

Questo modo di ricostruire le posizioni di Celano, però, per quanto avallato da lui stesso, lascia un residuo. Va bene, la differenza tra non-cognitivismo e realismo politeista è – rispetto alla questione logico-dialettica, l’unica che gli stesse a cuore – meramente notazionale, come la differenza tra il rappresentare il bicchiere come mezzo pieno o come mezzo vuoto. Però – ed è questo il residuo – in quegli anni, seppur astenendosi da un endorsement esplicito, Celano mostra di preferire la notazione realista a quella non-cognitivista. Celano, potremmo dire, ‘flirta’ con il realismo politeista, lo riempie di attenzioni e considerazione. E questo – sebbene non sia né una deriva né una conversione – è senz’altro un cambiamento di atteggiamento. Fino a pochi anni prima Celano, anche se non si comprometteva fino in fondo con il non-cognitivismo, ‘flirtava’ con esso, ne faceva l’oggetto privilegiato delle sue attenzioni metaetiche6. Quali sono le ragioni di questo cambiamento? Perché, una volta ridotta la differenza tra realismo politeista e non-cognitivismo ad una differenza notazionale, Celano sceglie di flirtare con la prima etichetta anziché con la seconda?

Un qualche ruolo ha giocato, probabilmente, il fatto che il realismo fosse una posizione più comoda sul piano retorico-argomentativo, perché più immediatamente congruente con la ‘sintassi superficiale’ dell’argomentazione morale – apparentemente assertiva di fatti, e non espressiva di attitudini. Per il realismo, i giudizi morali hanno proprio la struttura che sembrano avere, asseriscono fatti, fatti morali. Il non-cognitivismo, invece, nel mostrare l’essenza nascosta – espressione di attitudini – della ‘immagi- ne manifesta’ del giudizio morale, rischia di indebolire la forza pragmatica dell’espressione del giudizio. Dicendo che quando asserisco che ‘È davvero sbagliato torturare i bambini’ non sto facendo altro che reiterare l’espressione di mie attitudini rispetto al fatto di torturare, corro il rischio, sul piano retorico, di indebolire la forza di con- vincimento che l’asserzione ha sugli uditori. Come se invitassi al dubbio e al dissenso. Quanto meno sul piano retorico, le posizioni metaetiche non sono poi così irrilevanti per l’etica sostanziale…

Un qualche ruolo ha giocato anche, probabilmente, l’impressione che il non-cognitivismo, per quanto compatibile con l’accettazione dell’idea che vi sia uno sfondo di valori condivisi, rischiasse comunque di prendere questa idea sottogamba, di ridurne la portata – interpretare lo sfondo di valori condivisi come un insieme di pro-attitudini condivise rischia di suggerire che queste pro-attitudini possano essere messe tra parentesi, che i propri atteggiamenti valutativi siano una veste dalla quale si possa uscire e rientrare a piacimento. Rischia cioè di mettere in ombra il fatto che i valori – e la loro condivisione – sono dati, sono intrinsecamente parte della prospettiva da cui osserviamo le cose, e da cui possiamo uscire solo con fatica, e mai del tutto (v. riguardo a questo punto Celano 2020: 244 s.).

2. Ma vi è un’altra ragione, che credo sia quella più importante, e senza dubbio quella che è più interessante mettere in evidenza. Il realismo politeista è stato anche, per Celano, un cavallo di troia contro il suo vero avversario: il realismo irenista, l’idea che vi sia una armonia prestabilita (un’unica armonia o un ventaglio più o meno ampio di armonie, poco importa), capace di comporre in modo comprensivo i valori oggettivi; un’armonia nella quale la ragion pratica possa trovare il suo naturale, necessario equilibrio, come il piede di Cenerentola nella sua scarpetta di cristallo; un’armonia rivendicata come l’unica oggettivamente giusta – e non come una fra le tante scelte o determinazioni possibili –, che tenta di inchiodare il piede alla scarpetta, frantumandola: cancellando le fratture e i conflitti si cancella la possibilità di equilibri diversi, trattandoli non come scelte e determinazioni diverse dalle nostre, ma squalificandole come scelte e determinazioni oggettivamente sbagliate.7

Il realismo serve come cavallo di Troia contro questo avversario. Serve a dire: ti concedo che vi siano valori oggettivi; ti concedo pure che ogni ordine normativo possibile è, in quanto tale, necessariamente connesso a – incorpora, determina – questo sfondo di valori oggettivi. Ma guarda quanto poco puoi farci con questa concessione, se solo ammetti che i valori sono plurali, conflittuali, largamente indeterminati, dal comportamento particolaristico, e che fra essi non vi è nessuna armonia prestabilita, nessuna composizione senza perdite e residui, e dunque nessuna composizione senza scelte (o, più genericamente, determinazioni contingenti). Per il politeista moderato si tratterà, è vero, non di scelte arbitrarie, ma di scelte soggette a vincoli di coerenza. Ma saranno pur sempre scelte che non sono razionalmente necessitate – le possibili determinazioni coerenti dei valori oggettivi sono infinite. E che i valori abbiano queste caratteristiche, dice Celano, è semplicemente un dato di fatto, un tratto innegabile della nostra esperienza (Celano 2021: 391).8

Quanto questo punto fosse importante è evidente nelle sue repliche a Francesco Viola. Ci sono alcune frasi che vale la pena di citare per esteso: “Ciò che davvero fa differenza [...] è il fatto che i valori siano molteplici, indeterminati, talvolta incommensurabili, ed entrino in conflitto fra loro. Insomma, che non ci sia una provvidenza divina – ossia, le patatine fritte sono buone, ma in linea di massima non fanno bene alla salute” (Celano 2020: 176). È un passaggio così importante che Celano lo ripete per tre volte in una stessa pagina: chi difende il realismo morale politeista “non accetterà, in generale, l’idea che vi sia una provvidenza divina che tutto abbraccia in un ordine universale, e garantisce che alla fine della fiera, nonostante ogni peripezia, tutto avrà avuto un senso, e le cose saranno andate nel migliore dei modi possibili (in breve, una teodicea)” (Celano 2020: 181 s.).

Non solo. Nella prospettiva del realismo morale politeista, negare la pluralità e conflittualità dei valori, e arroccarsi nella difesa di una composizione armonica e comprensiva dei valori difesa come oggettivamente giusta e non meramente scelta (o frutto di determinazioni contingenti), significa compiere una mossa ideologica, essere colpevoli di falsa coscienza. Significa voler esercitare potere – voler imporre la propria scelta contingente – nascondendo di esercitare potere: considerando cioè il proprio esercizio di potere come espressione dell’unica recta ratio che chi subisce il potere, se solo ragionasse correttamente, potrebbe riconoscere come la propria stessa ragione, orientando ad essa la sua volontà. E questa mossa ideologica Celano proprio non riusciva a sopportarla.9

Si noti, ancora una volta, come l’opposizione a questa mossa ideologica possa essere articolata sia muovendo da posizioni non-cognitiviste che muovendo da posizioni di realismo politeista. Dietro la rivendicazione di una morale robustamente realista e irenista – un unico compimento armonico dei valori che sia robustamente vero (indipendente dalla mente) e che dovrebbe essere riconosciuto come tale da tutti coloro che siano dotati di recta ratio – il non-cognitivista vede l’espressione di attitudini contingenti e la volontà di farle accettare agli altri – una forma di volontà di potenza –, mascherata dietro la rivendicazione di verità robusta. La mossa non-cognitivista è, qui, una forma di smascheramento.10 Ma dietro la rivendicazione di una morale robustamente realista e irenista il realista politeista vede più o meno la stessa cosa: la preferenza contingente verso una delle determinazioni possibili dello sfondo di valori condiviso e la volontà di farla accettare agli altri, mascherata come unica determinazione ragionevole, unica determinazione robustamente vera. Il ruolo critico che il non-cognitivismo e il realismo politeista possono avere rispetto a questa forma di pensiero ideologico è esattamente lo stesso, ed è questo aspetto dialettico, ancora una volta, quello che a Celano sta a cuore.11

3. Ho detto che il realismo politeista serviva come cavallo di Troia. Ma in quale battaglia? Se si fosse trattato di una battaglia che mirava a convincere il realista irenista, sarebbe stata una battaglia, nella maggior parte dei casi, velleitaria. Il realista irenista non si sarebbe certo fatto convincere. I valori, avrebbe detto, non sonoconflittuali (o almeno, non così tanto). Ma a me sembra che la battaglia che Celano conduceva fosse con sé stesso: con un residuo di irenismo (di ‘teodicea’) che Celano sentiva in sé, e da cui voleva liberarsi. Un residuo, si potrebbe dire, di monoteismo, del quale il non-cognitivismo non lo aveva liberato e del quale, dice in conclusione, soddisfatto, il realismo politeista lo ha invece liberato: “come giusnaturalista [assertore del realismo morale e della connessione necessaria tra diritto e morale] sono soddisfatto, e anzi mi sento sollevato, perché liberato dalla cattività della teodicea”. Segue in nota: “Parafrasando Nietzsche [...]: gli dei sono morti – sono morti dal ridere, quando hanno sentito uno di loro proclamare di essere l’unico vero Dio” (Celano 2020: 189).

IV. Realismo morale politeista e naturalizzazione dei valori

Fino al 2015 circa, il realismo politeista è rimasto confinato nell’ambito che occupava quando era stato introdotto, agli inizi degli anni 2000. Era una posizione volta a mettere in evidenza un possibile punto di convergenza, riguardo alla questione logico-dialettica, di una certa forma di realismo (il realismo politeista moderato) e una certa forma di non-cognitivismo (il non-cognitivismo moderato): la convergenza su un modello particolarista e coerentista di ragionamento pratico.

Negli anni successivi, gli anni della svolta psicodeontica, il realismo politeista ha cominciato a trasformarsi in un progetto più ampio, che investiva anche la questione metafisico-ontologica e la questione psicologica.

La premessa di questo progetto era l’accettazione di una tesi ontologica di stampo naturalistico riguardo alla normatività: il fenomeno che chiamiamo normatività consiste in, o emerge da, la costituzione naturale, biologica, di certi organismi – anzitutto gli organismi umani, ma forse anche organismi di altre specie – e le relazioni dinamiche, di tipo causale, essi intrattengono con l’ambiente naturale e sociale in cui sono immersi. Per dirla con Leiter (2015: 65), per un naturalista “what we call normativity is simply an artifact of the psychological properties of certain biological organisms, i.e., what they feel or believe or desire (or are disposed to feel, believe, or desire)”.

Questa premessa si è tradotta in due principali filoni di indagine.

Il primo filone, che io e Celano abbiamo percorso in parte insieme, riguarda la teo- ria delle norme e del ragionamento pratico. Qui, la tesi naturalistica si è tradotta in una forma di psicologismo: norme e ragioni d’azione sono entità psicologiche, e la struttura e natura del ragionamento pratico non possono che essere indagate attraverso una filosofia naturalizzata, ancorata a quelle che Celano amava chiamare ‘scienze empiriche della natura umana’.12 Il progetto psicodeontico era proprio questo: chiarire, in termini psicologici, aspetti cruciali del ragionamento pratico che approcci ‘logico-linguistici’ non sono in grado di mettere a fuoco o di spiegare, se non attraverso metafore opache.13

Il secondo filone era, invece, un progetto di naturalizzazione del valore, a cui Celano ha fatto soltanto brevi cenni nelle repliche a Maniaci (Celano 2020: 238 ss.). Qui, Celano giunge finalmente a proporre la caratterizzazione esplicita della ‘oggettività’ dei valori che aveva evitato nei vent’anni precedenti: “[I] valori e le ragioni per agire, bene e male, giustizia e ingiustizia, virtù e vizio sono radicati nella costituzione della specie animale homo sapiens. […] L’oggettività dei valori e dell’etica ha le sue radici nell’oggettività dei tratti, suscettibili di indagine scientifica, che costituiscono la natura di questa particolare specie animale. Questi tratti sono contingenti: solo l’esperienza consente di stabilire o ipotizzare, nella forma dell’elaborazione di una teoria scientifica, quali essi siano. Stando a questa forma di oggettivismo, o realismo, assiologico ed etico, dunque, valori e ragioni sono fenomeni naturali. La loro oggettività è quella di altri fenomeni naturali, come i colori o i sapori. Non sono oggetti la cui esistenza è indipendente dalla mente umana, o da quella di animali non umani. L’oggettività dei valori deriva dal fatto che la mente e il corpo umani sono fatti in un certo modo, come conseguenza dell’evoluzione della specie o di gruppi umani particolari. Sul tronco dell’evoluzione biologica si innesta l’evoluzione culturale” (Celano 2020: 238 s.).

Dopo questa presa di posizione, Celano dà anche un’altra importante caratterizzazione del suo realismo, che getta una illuminante luce retrospettiva sulla sua perplessità verso il non-cognitivismo. La questione fondamentale è, ancora una volta, l’olismo del mentale e l’impossibilità di una separazione netta fra cognizione ed emozione (e descrizione e prescrizione): “buona parte della filosofia pratica della seconda metà del Novecento è viziata dalla contrapposizione dicotomica fra stati mentali di carattere cognitivo (raccolti sotto il termine-ombrello, generico e indefinito, di ‘credenze’) e stati mentali di carattere non cognitivo, atteggiamenti di favore o disfavore (raggruppati sotto il termine-ombrello, ancora più generico e indefinito, di ‘desideri’). Che le emozioni siano un elemento costitutivo della cognizione è, dalla prospettiva delle scienze empiriche della natura umana contemporanee, un dato. Non ha più senso trattare i termini ‘cognitivo’ e ‘emotivo’ come termini mutuamente esclusivi. O almeno, questa coppia di termini richiede una drastica riconcettualizzazione” (Celano 2020: 240). Ecco quindi apparire, sotto un altro aspetto – stavolta direttamente centrato sulle questioni metafisico-ontologica e psicologica – la zona di indistinzione tra non-cognitivismo e realismo: “Le acquisizioni della psicologia, in particolare la psicologia morale, delle scienze cognitive e delle neuroscienze contemporanee […] aprono – forse – lo spazio per nuove forme scientificamente avvedute, ed empiricamente fondate, di (per usare le vecchie etichette) emotivismo, o espressivismo. Un ‘emotivismo’ nel quale le ‘emozioni’ sono prese sul serio, anziché essere relegate nel calderone – hic sunt leones – del ‘non-cognitivo’. Un’etica, e una metaetica’, ‘sentimentalistiche’, intese come un capitolo della storia naturale della specie umana” (Celano 2020: 241) – segue, in nota, un rinvio alla posizione di Prinz (2007), che è una forma naturalizzata di realismo sentimentalista, compatibile con gli assunti politeisti di Celano.

Infine, a riprova della sostanziale continuità del suo pensiero, Celano sottolinea come “il programma di naturalizzazione dei valori non [gli] fosse estraneo nemmeno al momento della sua presunta ‘conversione’” (Celano 2020: 241). Proprio in quel momento, aggiunge, egli aveva infatti difeso una concezione delle ragioni basate su desideri (Celano 2003b) – una tesi di stampo apparentemente non-cognitivista – perfettamente compatibile con il realismo politeista.

Qui il cerchio si chiude. Non c’è stata, all’inizio degli anni 2000, nessuna conversione. C’è stato qualcosa di molto diverso: la messa a fuoco, attraverso strumenti filosofici ‘non-naturalizzati’, di una profonda inadeguatezza della rappresentazione della cognizione umana che fosse fondata su rigide dicotomie tra analitico e sintetico, cognitivo ed emotivo, descrizione e prescrizione, fatto e norma e via dicendo; c’è stato il tentativo di sviluppo, sempre con strumenti filosofici non-naturalizzati, di concezioni che sfuggissero a questa inadeguatezza; e c’è stata infine, dopo quasi un ventennio, la scoperta di una possibile via di uscita dall’inadeguatezza attraverso il programma di naturalizzazione della filosofia e della normatività.

Avrei fatto meglio a dire che il cerchio stava per chiudersi. Perché Celano non ha fatto in tempo a provare a sviluppare la teoria naturalizzata del valore che gli avrebbe permesso (così sperava) di unire i puntini disseminati lungo il suo percorso.

Riconoscere

Questo testo rielabora l’intervento fatto alla tavola rotonda Discusiones en torno a la obra de Bruno Celano al XXVIII Seminario ispano-franco-italo-portoghese di teoria del diritto, Alicante, 4 novembre 2023. Ringrazio Giusi Todaro per aver letto e discusso con me questo scritto, José Juan Moreso, per le conversazioni sull’ininterrotto dialogo filosofico tra lui e Celano, e soprattutto ringrazio Bruno, per tutto quello che è stato e ci ha dato.

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Nota

1 Questo asserto non è esplicitamente menzionato, ma mi sembra dato per scontato.

2“What the present inquiry aims at is not an independent defense of metaethical non-cognitivism against cognitivist objections; it is, rather, an exploration of the structure of, and the prospects for, a particular version of a non-cognitivist account of norms, and of normative discourse.” (Celano 2000: 44).

3Questa affermazione potrebbe stupire il lettore della Dialettica della giustificazione pratica (Celano 1994), in cui Celano presenta dettagliate e ricchissime ricostruzioni del dibattito metaetico. Ma si noti che anche qui il focus, come segnalato dal titolo, è prevalentemente dialettico: l’attenzione principale è ai riflessi che le posizioni metaetiche hanno sulla possibilità e le forme del ragionamento pratico. Così, ciò che resterà della “Grande Divisione” fra descrizioni e prescrizioni non sono tanto le implicazioni metafisico-ontologiche, quanto le implicazioni dialettiche – il ruolo che la Grande divisione ha nel costringere l’interlocutore a determinare le proprie premesse normative in un modo che può renderle attaccabili.

4Nei commenti a Moreso (Celano 2003a), Celano non si sofferma sulle versioni estreme di particolarismo, su cui torna invece pochi anni dopo, in Celano 2006, qualificandole come ‘particolarismo atomistico’. Anche se evita di ascrivergli questa forma di particolarismo, è verosimile che Celano avesse in mente, qui, la posizione di Dancy (o, quanto meno, una sua possibile interpretazione), da cui voleva distanziarsi. Per un confronto retrospettivo con Dancy, v. Celano 2020: 161 s.

5V. anche Celano 2003b: 224, dove si argomenta a favore della compatibilità tra una concezione humeana delle ragioni (tipicamente abbracciata da concezioni non-cognitiviste) e un modello coerentista del ragionamento pratico. In nota, Celano argomenta contro il luogo comune secondo cui “la concezione humeana della razionalità pratica sia incompatibile con la possibilità di un’indagine etica sostanziale, normativa”.

6Così accade soprattutto in Celano 2000. In Celano 1994 (cap. 5), Celano traccia una interessantissima concezione dei giudizi pratici come ‘ottativi’ che ha un sapore non-cognitivista.

7Contro l’irenismo in sede di interpretazione dei principi costituzionali v. Celano 2005c.

8Struttura analoga ha l’argomento di Celano (2005a) a favore del giusnaturalismo trascendentale: vi è una connessione necessaria fra diritto e morale (o diritto naturale), ma questa connessione non ha alcun rilievo riguardo alla possibilità di squalificare come ‘falso’ diritto qualsiasi ordinamento positivo, anche il più ingiusto. Strettamente connessa è anche l’ulteriore aspetto del rapporto fra diritto e morale che caratterizza il pensiero di Celano: il diritto positivo perfeziona la morale (o diritto naturale), rimediando alla sua indeterminatezza, lacunosità e contraddittorietà. Come? Attraverso la previsione di poteri di determinazione: procedure e competenze che consentono di dare soluzioni univoche a questioni rispetto alle quali la morale dà risposte contraddittorie. Questa posizione, anch’essa elaborata nel corso degli anni, è espressa nel modo più semplice e felice nell’ultimo capitolo delle sue Lezioni (Celano 2021).

9È questo il sottotesto evidente di Celano 2007.

10Questo aspetto è già rimarcato nel par. 6 di Celano 2003a, che consiglio di leggere insieme a Celano 2007.

11Maniaci (2020), nel suo saggio sulla ‘conversione’ di Celano al realismo morale, non coglie questo punto. Maniaci propone una versione di antirealismo moderato che (a) riconosce al realismo morale un nucleo di verità, relativo all’esistenza di uno strato di desideri molto indeterminati che gli esseri umani, per costituzione biologica, non possono non avere; e (b) critica la ‘parte peggiore’ del realismo morale, responsabile di trasformare il riconoscimento di questo strato condiviso nella difesa della oggettiva correttezza di sue particolari determinazioni. Su (a) Celano – pur volendo prendere le distanze dal lessico dei desideri – concordava (Celano 2020: 239 ss.). Riguardo a (b), invece, il punto di Celano è questo: una forma di realismo come il realismo politeista non soltanto è priva di questa ‘parte peggiore’, ma ha lo stesso potenziale critico di un antirealismo moderato come quello di Maniaci: l’attacco contro la ‘falsa oggettività’ che preoccupa Maniaci può essere scagliato da entrambe le posizioni.

12La prima esplicita formulazione del progetto psicodeontico risale alla nostra presentazione del testo Reasons, Rules, Exceptions: Towards a Psychological Account al workshop Reason(s) in Law, a Genova nel dicembre 2016 (poi pubblicata in Brigaglia e Celano 2017). All’opzione a favore di un approccio psicologistico Celano ha poi dato una cornice storico-teorica generale in Celano 2017a (poi ripreso in Celano 2017b). Un altro lavoro in cui abbiamo sviluppato l’approccio psicodeontico, in questo caso concentrandoci su regole costitutive e fatti istituzionali, è Constitutive Rules: Pe Symbolization Account (Brigaglia e Celano 2021). Segni della maturazione della svolta psicodeontica si possono già intravedere in Preconvenzioni. Un Pammento dello sfondo (Celano 2014).

13Metafore che, secondo Celano, giocano un ruolo indispensabile, ma sono opache e in attesa di spiegazione, sono ad esempio: la direzione di adattamento (v. ad es. Celano 1999: 42 fn. 14; Celano 2003b: 2017); il bilanciamento delle ragioni sulla base del loro peso (Celano 2005c); la forza dell’argomento migliore (Celano 2009).

Received: March 23, 2025; Accepted: April 07, 2025

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